Ammetto che è forte la tentazione di nascondersi per vedere se qualcuno se ne accorge: debolezza umana. In realtà ho dovuto fare un casino di esami, perché domattina mi operano per sturarmi una carotide bloccata all'80 per cento. Per cui non preoccupatevi se non mi sentite per qualche giorno. Intanto, per dimostrarvi che continuo a divertirmi a scrivere, vi riporto un pezzettino buffo che ho scritto sul telefonino mentre aspettavo di fare una risonanza magnetica. Si tratta del centenario di Ian Fleming il papà di James Bond, e mi pare carino, da lettore naturalmente. Perché da autore non ho alcun merito, me li detta qualcuno e non ho ancora capito chi.
Abbiamo un feeling particolare per il signor Ian Fleming per cui vi preghiamo di non storcere il naso se fra tanti anniversari illustri abbiamo scelto di occuparci anche del suo, del papà di Bond, James Bond. Il fatto è che Fleming era famoso come scrittore ben prima che il cinema ne facesse una celebrità (impazzava negli States già da quando il presidente Kennedy lo aveva pubblicamente raccomandato come una buona lettura). In un certo senso gli ammiratori di Fleming devono proprio al cinema e allo strepitoso successo dei film tratti dai suoi romanzi di spionaggio l'onta subita dalla sua reputazione di scrittore, passata quasi in secondo piano, oscurata dal luccicare di cotanto personaggio da lui inventato. D'altra parte il nostro feeling particolare nasce proprio da questo: ricordiamo perfettamente il giorno in cui morì il 12 agosto del 1964, a soli 56 anni (era nato il 30 maggio del 1908, cento anni fa per l'appunto). Praticanti di bottega giornalistica nella redazione romana della più grande agenzia di stampa del mondo, ci nutrivamo di rifiuti: nel senso che i giovanissimi erano ammessi solo a frugare nel cestone degli scarti, delle notizie ignorate dai “veci”. Fra quegli scarti c'era una notiziola di una decina di righe: Morto Ian Fleming. Il giovane, che aveva appena visto [C]Dalla Russia con amore[/C], il secondo film realizzato da Saltzman e Broccoli con Sean Connery protagonista (fu poi in Italia subito seguito dal primo, [C]Dr.No[/C] ignorato in prima istanza da distributori miopi ma poi costretti ad importarlo a furor di popolo) si avventò famelico sulla notizia e sudando e grugnendo da buon principiante riuscì a farne uno dei suoi primi pezzettini, che gli diede grande soddisfazioni, venendo ripreso il giorno dopo dalla stragrande maggioranza dei quotidiani italiani. Intendiamoci, non era Shakespeare quello scrittore defunto, né John Le Carré, il grande autore di thriller spionistici che a nostro parere è uno dei più grandi scrittori contemporanei di lingua inglese, non solo per il genere ma in senso assoluto, ancorché privato del suo piatto forte dalla caduta del muro. Fleming sarbbe stato più fortunato di lui, anzi forse addirittura baciato dalla stessa dea bendata: con felice intuito Bin Laden ante litteram, si chiamassero Spectre o Scaramanga, l'uomo dalla pistola d'oro, o Goldfinger col suo maggiordomo coreano dalla micidiale bombetta tagliente, ovverosia grandi terroristi molto più a la page oggi, furono i protagonisti prediletti dello scrittore inglese. E dire che negli anni passati nell'intelligence della marina di sua Maestà britannica, Fleming di cose sui cattivoni russi ne aveva imparate parecchie. Al di là delle deliziose esagerazioni da inguaribile osservatore degli snob (era un esperto in materia avendo per vicino di casa Noel Coward, essendo di famiglia aristocratica, figlio di un Membro del Parlamento, educato a Eton e nella celebre accademia militare di Sandhurst, e frequentatore assiduo di Boodle's, il club per gentiluomini di St. James's Street, per vent'anni dal 1944 fino alla morte), Fleming mise a frutto la sua esperienza in tempo di guerra, quando fu l'ideatore di un'unità di guastatori della marina di grande successo, e molte altre cosucce. Come riconoscere una spia russa dal fatto che ordina il vino rosso con la sogliola: è un triste fatto di oggi che anche i grandi gourmet dicano che si possa, anzi che è di gran moda: a noi, evidentemente come a Fleming e a Bond l'accostamento continua a dispiacere. Allappa. Fleming, che fu anche giornalista alla Reuters e assiduo frequentatore di tutti gli abbeveratoi degni di rispetto intorno a Fleet Street (da El Vino all'Old Cheshire Cheese, il pub sopravvissuto al grande incendio di Londra del 1666), descrisse magistralmente ciò che vedeva con i suoi occhi. Molti scrittori moderni e di grande successo con romanzi pseudostorici dedicano un anno alla ricerca magari all'estero, magari a Roma (secondo noi è una scusa per vagabondare): Fleming tutto quello di cui aveva bisogno lo trovò al lavoro, al club, in casa o addirittura in famiglia. Il personaggio di James alias 007 lo modellò prendendo ispirazione da un comandante di marina di successo e, fisicamente, dalle caratteristiche del proprio fratello. Quando i fortunati produttori inglesi lo consultarono per il primo film, come cattivone di turno, il Dr. No, suggerì con humour tutto britannico e una punta di cattiveria, il suo vicino di casa Noel Coward, oppure addirittura suo cugino, già celebre come attore, Christopher Lee, e come protagonista David Niven o Roger Moore. Saltzman e Broccoli preferirono Sean Connery, facendo tombola. Ma seguirono più tardi il consiglio su Christopher facendolo diventare “l'uomo dalla pistola d'oro”. Gli abiti di Bond, le sue camicie, le scarpe, tutto veniva dai negozi di Londra che erano un must per Fleming come erano un must per qualsiasi gentleman degno di questo nome. E naturalmente anche le preferenze, come il Vodka Martini, shaken not stirred, diventato proverbiale. Ma sarebbe sbagliato ricordare Fleming solo come il papà di Bond, magari storcendo il naso. Per strano che possa sembrare ottenne grande successo anche come scrittore per bambini e Hollywood questa volta non se lo lasciò rubare da Saltzman e Broccoli, portando con grande successo sullo schermo un suo divertimento come [C]Chitty Chitty Bang Bang[/C]. Non sarà un capolavoro ma è la prova che Ian Fleming era come uno dei suoi personaggi: l'uomo dalla macchina per scrivere d'oro. Non per nulla sulle pagine del sito web del [C]Times[/C] troverete uno special su Fleming da leccarsi le meningi, compresa la mappa interattiva dei luoghi più evocativi della Londra di Fleming. Il tutto in celebrazione dell'uscita di [C]Devil May Care[/C], scritto da Faulks “come se fosse Ian Fleming”, commissionato proprio dalla famiglia di Fleming in ricordo del centenario, da un mese in libreria nel Regno Unito.
Anche a me piacciono i libri di viaggio, e la Patagonia di Chatwin è assolutamente un must. Notoriamente gli inglesi sono maestri in questo tipo di libri e a me è piaciuto da morire La via per Oxiana di Robert Byron, la cronaca del viaggio dall'Inghilterra fino in Afghanistan, genio puro e vi assicuro, conoscendo bene gran parte del viaggio e in particolare l'Afghanistan che è un must anche quello. In vacanza mi dedicherò a Jonathan Safron Foer, e al suo secondo romanzo, che oltretutto è estremamente innovativo nella tecnica di scrittura. Parlo di Extremely Loud and incredibly Close (uguale in Italiano, ma se potete fate lo sforzo, pleaseeeeeee). E se non lo avete fatto ancora leggetevi Everything is illuminated, Perfino il film è bello... A proposito di libri di viaggi, (quando scendi, come scendi, con chi scendi... in particolare per loro) vi raccomando Old Calbria di Norman Douglas, il solito grande inglese che ha scritto molto anche su Capri. Quando dopo la guerra venne in Italia e gli dissero che ci voleva il visto per vivere qui, lui rispose "ma io sono venuto a morirci". E quando morì, tutta Capri partecipò ai suoi funerali, negozi chiusi, e una partecipazione totale. Capì più lui della Calabria che nessun altro, a cominciare naturalmente dai calabresi.
Ne approfitto per segnalarvi una notiziola che mi ha scosso, trovata sul Times. Ne ho scritto:
La notizia è secca e breve, otto o nove righe di agenzia, scovata, tanto per cambiare, sul Times di Londra. Ci comunica, con distaccata nonchalance, quasi fosse una banalità: una rara copia della prima edizione di [C]Emma[/C] è stata venduta ad un'asta di Bonhams per 180 mila sterline, un record per un libro di Jane Austen. I banditori si aspettavano che la vendita, da parte di un proprietario rimasto anonimo, fruttasse intorno alle 70 mila sterline, ma una feroce battaglia ha portato il prezzo al livello da record sborsato dall'acquirente, anch'egli anonimo. Il proprietario ha spiegato che il volume era rimasto parcheggiato nella libreria di famiglia per almeno tre generazioni e resta ancora un mistero come ci fosse finito. Gli esperti spiegano che si tratta di una delle dodici copie che l'editore della Austen aveva inviato in omaggio a parenti e amici della scrittrice. E la riprova viene dal fatto che la copia reca la dicitura “ad Anne Sharp, dall'autrice”, laddove Ann Sharp altri non era che la governante del fratello di Jane. Tutto qui. E tuttavia, diversi aspetti di questa laconica notizia – che peraltro ci apre il cuore come ben poche tra quelle che la deludente e dolorosa cronaca quotidiana ci ammanniscono – ci ha spinti a segnalarla ai lettori del [C]Velino cultura[/C]. Il primo aspetto è di natura squisitamente veniale, ma non ce ne vergogniamo, perché – al contrario – la considerevole cifra conferisce ulteriore grandezza all'evento: anche in tempi di denaro facile e di cifre che stordiscono (pensiamo agli eroi degli Europei di calcio, al loro costo e ai loro ingaggi per esempio) 180 mila sterline, che sarebbero poi oltre 220 mila Euro, sono sempre quasi mezzo miliardo vecchio conio, il prezzo di un decoroso appartamentino sia pure in zone decentrate. Il secondo aspetto, con tutto il rispetto per i bibliofili e i collezionisti e le loro debolezze, è che non credevamo che la passione potesse portare a sborsare tanto per una copia di un libro spedito in omaggio dall'editore, sia pure nel 1816, data della prima edizione di [C]Emma[/C]. Il terzo è che non ci troviamo di fronte ad una copia di [C]Orgoglio e pregiudizio[/C] che molti considerano il suo capolavoro assoluto. Tutti questi primi aspetti sono segno di una evidente sorpresa, quasi di incredulità per tanta cifra, espresse tuttavia con grande ammirazione per la nobiltà dell'impresa dell'anonimo acquirente. Ma poi, a pensarci bene, provando e riprovando, alla Galileo s'intende, considerazioni squisitamente letterarie ci hanno portato a dare una spiegazione più che convincente alla grandezza dell'evento e della cifra. La prima di queste considerazioni riguarda la data di pubblicazione. Per chi è famigliare con la biografia della grande scrittrice inglese salta subito agli occhi che il romanzo uscì a meno di un anno dalla morte di Jane, nel 1817, a nemmeno 42 anni di età (era nata il 16 dicembre del 1875). In altre parole una sorta di libro d'addio, una ultima testimonianza della sua grandezza. La seconda considerazione è che [C]Emma[/C] è un romanzo comico che ci ha sempre colpito per la vis umoristica della scrittrice e la sua eccezionale bravura nel descrivere i personaggi e i contesti sociali dell'epoca, per non parlare dell'uso della lingua inglese e in particolare dell'insuperata abilità della scrittrice nell'uso del discorso indiretto. Non esiteremmo, come Harold Bloom, a porlo in cima alla lista dei romanzi della Austen. Rileggendo recentemente il meritorio [C]Come si legge un libro (e perché)[/C] (Rizzoli, prima edizione 2000), abbiamo capito perché non tutti amano Harold Bloom: la secchezza dei suoi giudizi, a beneficio degli studenti universitari americani, può lasciare talvolta perplessi, ma la chiarezza delle sue spiegazioni è sicuramente ammirevole quanto la profondità di certe riflessioni, e dà sempre da pensare, con sicuro profitto. Del romanzo in questione dice che viene prima di [C]Mansfield Park[/C] e [C]Orgoglio e pregiudizio[/C] ed è secondo solo a [C]Persuasione[/C], nelle sue preferenze, proprio per la bravura della Austen come scrittrice comica e la sua grande ironia e ne paragona i personaggi femminili alla grandezza di certe eroine shakespeariane, come la Rosalind di [C]Come vi piace[/C]. Ma la terza considerazione, ancora suggeritaci da Bloom che stavamo rileggendo per una sorta di ispirazione paragnostica il giorno prima di quella fulminante notiziola, pone fine ad ogni ulteriore elucubrazione. La Emma Woodhouse della Austen, questa deliziosa fanciulla bella ricca e annoiata e con l'hobby di creare unioni matrimoniali fra amici e conoscenti, ma sempre con sani criteri di buona convivenza e utilità finanziaria, per carità, ella stessa immune dalla sindrome dell'amore (o almeno credeva...) è senza dubbio il personaggio meglio riuscito, come pensava la stessa autrice. Ed essendo l'ultimo ci costringerà per sempre a interrogarci su che cosa avrebbe potuto darci la Austen se non se ne fosse andata nel fiore degli anni, se guardiamo indietro a quello che ci ha lasciato in soli cinque anni (il suo primo romanzo di successo è dell'1811). E dire che era quasi passata inosservata quando era ancora in vita (come testimoniano quelle sole 12 copie omaggio) e fu solo verso il 1870 con la pubblicazione di [C]A Memoir of the Life of Jane Austen[/C], scritto dal nipote, che il grande pubblico e la critica furono spinti ad andarsi a rileggere i suoi libri. E a darle una fama che toccò poi l'apice negli anni Quaranta del secolo scorso, complice anche Hollywood. E ne fa oggi uno dei pilastri della letteratura inglese.
So di sfondare una porta aperta con gente che studia letteratura per passione, ma mi piace sempre dimostrare come sia sempre possibile rendere un po' più interessanti le lezioni con qualche deliziosa chicca da portineria accademica. Che tra l'altro aiuta anche a capire meglio la psicologia degli autori. Ecco un esempio di come affrontare il ponderoso tema: perché Henry James stimava tanto Matilde Serao?
Non è assolutamente difficile testimoniare della grande stima che Henry James nutriva per Matilde Serao. Così come di Edit Wharton sono pubblicate le dichiarazioni di stima per la scrittrice napoletana nell'ultima edizione del [C]Paese di Cuccagna[/C] per il giudizio dello scrittore americano naturalizzato in inglese è altrettanto facile: basta andare a rileggerselo, pubblicato integralmente dalla Bur con la riedizione di [C]Suor Giovanna della Croce[/C] (Biblioteca Universale Rizzoli, pp. 260, euro 8,60). Forse più difficile, a meno di non cadere in tragici e facili psicologismi, ovvero psicologia d'accatto, spiegare il fascino che il grande scrittore americano subì nei confronti della grande scrittrice e giornalista napoletana. Sta di fatto che, come la Wharton a Parigi, James fu colpito per prima cosa a Roma dalla personalità di Matilde che conobbe nel 1984 in casa del conte Primoli, un salotto letterario che primeggiava per popolarità la cui frequentazione era considerato uno status symbol anche in Europa. Sta di fatto che dopo averla conosciuta lesse tutto quello che aveva scritto, per la maggior parte in italiano, da [C]Cuore infermo[/C] fino al [C]Ventre di Napoli[/C], l'appena riedito [C]Paese di Cuccagna[/C] e naturalmente il romanzo della tragedia di Suor Giovanna. Critici di vaglia hanno scritto, come Giuseppe Bernardi, che “James, il Maestro, costantemente tormentato dal problema di fondere l’introspezione psicologica e il flusso di coscienza con un naturalismo che non tradisse il disegno della realtà, era piuttosto affascinato dalla scrittura della Serao. Per lui, Matilde era un esempio della scrittura europea fatta di quella speciale dimensione travalicatrice delle norme o semplicemente della convenzione di cui la letteratura anglosassone» era per così dire schiava, come se la passione, da noi, la passione in quanto vita, non avesse interferenze di appropriatezza quanto a soggetto e materia, e seguisse solo un’affascinante incoscienza”. Un giudizio da condividere in pieno non solo sul piano letterario ma anche come una generica descrizione dei perché di quel fascino indubbio che l'anglosassone subisce a contatto con la simpatica canaglia meridionale quando ne apprezzi anche lo spessore. Ma, restando in campo squisitamente letterario, i critici hanno spesso notato che James fa ruotare spesso i suoi romanzi, forse risentendo proprio della sua doppia natura di americano e inglese, attorno alla contrapposizione fra un'Europa artisticamente raffinata corrotta e affascinante e un'America schietta e sicura di sé ma intrappolata nelle convenzioni sociali estremamente puritane. I suoi personaggi risentono chiaramente di questa contrapposizione rappresentando sempre le diverse culture e tematiche sociali. E quanto a tematiche sociali, la Serao a James ne offrì a iosa. Con in più un bonus: la Serao narratrice altro non fu che la sublimazione di una grande giornalista, in modo tanto evidente che a noi è sempre venuto in mente un paragone assai curioso, quello con Charles Dickens che cominciò a prendere la penna in mano come cronista parlamentare (come la Serao) e molte delle trame dei suoi romanzi denuncia sulla vita dei reietti o sulle piaghe della povertà e del lavoro giovanile in piena Rivoluzione Industriale e splendore vittoriano scaturirono dal suo lavoro di giornalista. Del resto basta leggersi le descrizioni di Napoli e dei suoi guaglioni che Dickens fece al suo amico e biografo John Forster, per leggere parole che sarebbero potute uscire dalla penna di una Serao, ancorché con meno amore. Ma, al di là delle considerazioni puramente letterarie, per definizione astratte e quindi costantemente a rischio di apparire artefatte, ci piacerebbe concludere questo rapidissimo excursus, con una notazione più squisitamente giornalistica, e di quel tipo di giornalismo che va oggi per la maggiore, il gossip da rotocalco che accompagna le lunghe sedute dal parrucchiere. A questo alludevamo parlando di psicologismo. Secondo questa citata psicologia d'accatto, James fu affascinato dalla Serao non tanto da un punto di vista erotico (l'erotismo e il flirt James li riservò agli amici maschi secondo una marea di malelingue ma forse acute osservatrici) quanto da un'ammirazione, per così dire, da collega di sesso. Fautore di questa tesi sarebbe sicuramente quella carognetta di William Faulkner che definì James "la più gentile anziana signora che abbia mai conosciuto". E gli farebbe volentieri eco Thomas Hardy che – ancorché giustificato dall'irritazione per un giudizio negativo di James su Tess – lo definì “una virtuosa signorina”. Del resto non è proprio di ieri il sondaggio che – tanto per cambiare – ha riscoperto l'acqua fresca, secondo cui un sempre maggior numero di donne trovano conforto in amicizie con uomini non precisamente mascolini per la loro maggiore affinità nella comunicazione e nell'analisi dei sentimenti? Quindi, mentre i biografi continuano a fingere di interrogarsi sulla mascolinità di James, per dovere di cronaca, se non di cultura, abbiamo deciso di citare anche questa possibile “nuance”, da giudicare con qualche indulgenza.
So di sfondare una porta aperta con gente che studia letteratura per passione ma mi piace sempre poter dimostrare che se uno potesse condire argomenti letterari ponderosi con qualche deliziosa chicca butta qua e là, forse ci sarebbe ancor più interesse per la materia. Quindi vi segnalo un esempio concreto sul ponderoso tema del perché a Henry James piacesse tanto Matilde Serao...
Non è assolutamente difficile testimoniare della grande stima che Henry James nutriva per Matilde Serao. Così come di Edit Wharton sono pubblicate le dichiarazioni di stima per la scrittrice napoletana nell'ultima edizione del [C]Paese di Cuccagna[/C] per il giudizio dello scrittore americano naturalizzato in inglese è altrettanto facile: basta andare a rileggerselo, pubblicato integralmente dalla Bur con la riedizione di [C]Suor Giovanna della Croce[/C] (Biblioteca Universale Rizzoli, pp. 260, euro 8,60). Forse più difficile, a meno di non cadere in tragici e facili psicologismi, ovvero psicologia d'accatto, spiegare il fascino che il grande scrittore americano subì nei confronti della grande scrittrice e giornalista napoletana. Sta di fatto che, come la Wharton a Parigi, James fu colpito per prima cosa a Roma dalla personalità di Matilde che conobbe nel 1984 in casa del conte Primoli, un salotto letterario che primeggiava per popolarità la cui frequentazione era considerato uno status symbol anche in Europa. Sta di fatto che dopo averla conosciuta lesse tutto quello che aveva scritto, per la maggior parte in italiano, da [C]Cuore infermo[/C] fino al [C]Ventre di Napoli[/C], l'appena riedito [C]Paese di Cuccagna[/C] e naturalmente il romanzo della tragedia di Suor Giovanna. Critici di vaglia hanno scritto, come Giuseppe Bernardi, che “James, il Maestro, costantemente tormentato dal problema di fondere l’introspezione psicologica e il flusso di coscienza con un naturalismo che non tradisse il disegno della realtà, era piuttosto affascinato dalla scrittura della Serao. Per lui, Matilde era un esempio della scrittura europea fatta di quella speciale dimensione travalicatrice delle norme o semplicemente della convenzione di cui la letteratura anglosassone» era per così dire schiava, come se la passione, da noi, la passione in quanto vita, non avesse interferenze di appropriatezza quanto a soggetto e materia, e seguisse solo un’affascinante incoscienza”. Un giudizio da condividere in pieno non solo sul piano letterario ma anche come una generica descrizione dei perché di quel fascino indubbio che l'anglosassone subisce a contatto con la simpatica canaglia meridionale quando ne apprezzi anche lo spessore. Ma, restando in campo squisitamente letterario, i critici hanno spesso notato che James fa ruotare spesso i suoi romanzi, forse risentendo proprio della sua doppia natura di americano e inglese, attorno alla contrapposizione fra un'Europa artisticamente raffinata corrotta e affascinante e un'America schietta e sicura di sé ma intrappolata nelle convenzioni sociali estremamente puritane. I suoi personaggi risentono chiaramente di questa contrapposizione rappresentando sempre le diverse culture e tematiche sociali. E quanto a tematiche sociali, la Serao a James ne offrì a iosa. Con in più un bonus: la Serao narratrice altro non fu che la sublimazione di una grande giornalista, in modo tanto evidente che a noi è sempre venuto in mente un paragone assai curioso, quello con Charles Dickens che cominciò a prendere la penna in mano come cronista parlamentare (come la Serao) e molte delle trame dei suoi romanzi denuncia sulla vita dei reietti o sulle piaghe della povertà e del lavoro giovanile in piena Rivoluzione Industriale e splendore vittoriano scaturirono dal suo lavoro di giornalista. Del resto basta leggersi le descrizioni di Napoli e dei suoi guaglioni che Dickens fece al suo amico e biografo John Forster, per leggere parole che sarebbero potute uscire dalla penna di una Serao, ancorché con meno amore. Ma, al di là delle considerazioni puramente letterarie, per definizione astratte e quindi costantemente a rischio di apparire artefatte, ci piacerebbe concludere questo rapidissimo excursus, con una notazione più squisitamente giornalistica, e di quel tipo di giornalismo che va oggi per la maggiore, il gossip da rotocalco che accompagna le lunghe sedute dal parrucchiere. A questo alludevamo parlando di psicologismo. Secondo questa citata psicologia d'accatto, James fu affascinato dalla Serao non tanto da un punto di vista erotico (l'erotismo e il flirt James li riservò agli amici maschi secondo una marea di malelingue ma forse acute osservatrici) quanto da un'ammirazione, per così dire, da collega di sesso. Fautore di questa tesi sarebbe sicuramente quella carognetta di William Faulkner che definì James "la più gentile anziana signora che abbia mai conosciuto". E gli farebbe volentieri eco Thomas Hardy che – ancorché giustificato dall'irritazione per un giudizio negativo di James su Tess – lo definì “una virtuosa signorina”. Del resto non è proprio di ieri il sondaggio che – tanto per cambiare – ha riscoperto l'acqua fresca, secondo cui un sempre maggior numero di donne trovano conforto in amicizie con uomini non precisamente mascolini per la loro maggiore affinità nella comunicazione e nell'analisi dei sentimenti? Quindi, mentre i biografi continuano a fingere di interrogarsi sulla mascolinità di James, per dovere di cronaca, se non di cultura, abbiamo deciso di citare anche questa possibile “nuance”, da giudicare con qualche indulgenza.
Grazie tanto per il commento che mi attenua in qualche modo l'enorme mancanza che sento anch'io. Chissà se la nostalgia non mi spingerà fin laggiù. Solo il timore di incontrare qualche acchiappafantasmi mi ha tenuto lontano fino ad oggi. Mi raccomando, se avete qualche belluria di traduzione volenterosa e divertente. Intanto ve ne fornisco una io bellina almeno come quelle che ottieni quando clicki su traduci questa pagina. Si tratta di una meravigliosa offerta di gratta and win, ovvero scratch card.
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Bella la domanda sulla Bibbia. Ad alcuni può sembrare naive, nel senso che il primo dei criteri, la pigrizia, suggerirebbe istantaneamente ai meno innocenti di copiare una traduzione già fatta. Ma ci sono spiegazioni più serie per suggerire che la soluzione migliore è quella di rifarsi alla traduzione già esistente. Nel caso della Bibbia, si tratta di un testo ufficiale, approvato dalle autorità ecclesiastiche, e usare anche una sola parola può provocare sfracelli. Un'altra cosa che vorrei sottolineare, nel contesto di questa domanda, sia per i traduttori che per i giornalisti, è quella di andarsi SEMPRE a cercare il testo originale e riportare quello. Ad esempio, state traducendo uno scritto che contiene una citazione di Dante o di chiunque altro tradotta in inglese: non ritraducetela voi in italiano, ma andare sempre a cercarvi l'originale perché per bene che la riportiate in italiano non sarà mai la stessa cosa dell'originale. Ed eventuali tranvate prese dall'autore del testo inglese resteranno esclusivamente sue. In giornalismo dovrebbe essere un must ma non tutti lo fanno,con risultati spesso esilaranti. A proposito di risultati elettorati una mia ex studentessa spesso citata qui mi ha inviato alcune chicche dal menù in inglese di un ristorante di Palermo.
fumetto di pesce: balloon of fisch
coperto: sheltered
- scaglie di grana in due versioni: flakes of grain oppure scale of grain
- aranciata in lattina: aranciata tin
- secondi: seconds flat
I secondi piatti mi mandano in crisi isterica come Charlie (sai cosa disse il muro all'altro muro, ci vediamo all'angolo) in Esmé con amore e squallore nei Nove racconti. Manca solo solo un 9 davanti per diventare il record del mondo dei cento metri, che si direbbe proprio 9 seconds flat. Vi prego di inviarmi altri esempi del genere sulla nostra proficiency in translation. Potremmo farne una versione tipo But you look the vergin Mary, ma tu guarda la madonna..Comunque, ad onor del vero, non siamo soli al mondo. In Inghilterra ho trovato non solo Spaghetti Bolognaise ma anche uno strepitoso Spaghetti Polonaise che avrebbe fato la felicità di Chopin.
“I pissed in Hemingway’s loo,” I wrote, “and I don’t feel good about it at all.” “Ho pisciato nel water di Hemingway, ma la cosa non mi fa sentire affatto bene”. È la memorabile chiusa di uno splendido articolo scovato sul [C]Times[/C], otto paginette sul sito del grande quotidiano inglese, a firma di Adrian McKinty, del quale sappiamo solo che correremo a comprare il suo ultimo libro [C]The Bloomsday Dead[/C], in uscita il 12 giugno. Perché McKinty, meglio noto come scrittore di gialli di buona fattura, ha in realtà un dono ahimè non così frequente: sa raccontare, e con una intensità tale che ci sarebbe piaciuto di più tradurvi l'intero articolo, uno splendido crescendo, che parte da un episodio già di per sé sconvolgente. Un agente dei servizi cubani, che lo accompagna nella visita alla casa museo di “Papa” Ernest Hemingway, la Finca Vigia all'Avana, e subito gli spara lì a bruciapelo la frase che sarà il leit motiv dell'intero reportage: “qualsiasi libro della biblioteca di Hemingway, te lo porti via per 200 dollari”. Per un attimo, McKinty ci riflette: guardando qua e là ha già notato una prima copia di [C]Il sole sorge ancora[/C], annotata a mano dall'autore, che vale tranquillamente svariate migliaia di dollari su e-bay, e addirittura una copia di [C]Il giovane Holden[/C] firmata da D.H. Salinger che di dollari ne può spuntare almeno 50mila. Ma mai, per un solo attimo, avrà esitazioni questo scrittore nord-irlandese che chiaramente ha la letteratura nel sangue (altrimenti perché scegliere con determinazione come albergo a Cuba l'Hotel Sevilla nel quale Graham Greene scrisse [C]Il nostro agente all'Avana[/C]?). Del resto che per McKinty la letteratura è sacra è chiaro già dall'incipit: “L'agente segreto non sorrideva. Sembrava solo che lo facesse perché i denti non battevano perfettamente insieme. Mi rilassai, se bisogna credere a Isac Babel quando dice che è proprio quando un agente segreto comincia a sorriderti che devi preoccuparti”. Il suo garbato ignorare l'allettante offerta (chiaramente motivata dalla sacralità del luogo) viene scambiato dal “triste agente segreto” come una tattica da suk, per fargli abbassare il prezzo richiesto. Che scenderà infatti prima a 150 e infine a 100 dollari, ma senza mai scalfire la determinazione dell'autore, al quale il processo di svendita da parte di quel poveraccio accresce ancora di più una sorta di inarrestabile depressione, fino al climax della visita – dettata con urgenza dalla natura- al bagno personale di Hemingway. Prima del clou, una bellissima descrizione della casa, spesso citando George Plimpton che nel 1958, sulla [C]Paris Review[/C] l'aveva raccontata splendidamente, ai gatti ai trofei di caccia, ai poster delle corride, compresa la pelle di leopardo che di colpo ti riporta a [C]Le nevi del Kilimangiaro[/C], la cima sulla quale la leggenda cui fa riferimento “Papa” Hemingway vuole che riposi proprio un leopardo. In realtà, spiega McKinty, del bagno non aveva bisogno: era stato solo uno stratagemma “protestante” per sottrarsi al disagio della sgradita trattativa: è l'agente, ancora una volta, a offrirgli il bagno dello scrittore, in una sorta di tragedia finale della profanazione. Il bagno famoso dello scrittore, famoso nel senso che Hemingway, vi ingannava l'attesa dell'immaginabile tenendo una sorta di diario, buttando giù idee e spunti. Ma McKinty lo trova deludente (almeno in confronto al bagno di William Faulkner a Rowan Oak nel Mississippi, si può essere più maniaci della letteratura di così?). Particolarmente deludente gli risulta la maniacale annotazione del peso, segno che “Papa” dopotutto non se ne fregava affatto della salute nel privilegiare le bevute. Alla fine, in qualche modo, dopo aver respinto l'ultima riduzione di prezzo del triste agente segreto, McKinty riesce a lasciare la fattoria che Hemingway aveva comprato nel 1940 con i diritti di [C]Per chi suona la campagna[/C] (come si vede lo scrittore irlandese è un manuale ambulante del buon giornalismo). E questo suo pezzo costruito come una sinfomia si conclude alla Mahler, con il ritorno in centro: senza velenose polemiche sul paradiso socialista, descrive tuttavia con grande amarezza le strade buie e le fogne a vista della periferia, in grande contrasto con le luci sfavillanti del centro, e lo spettacolo di Habana Vieja. Che per McKinty, insensibile a certa disinvoltura vetero comunista, è ancora più deprimente dell'agente segreto profano, del degrado della periferia: per lui è solo il tristissimo spettacolo di maturi canadesi, scandinavi o tedeschi che a Cuba arrivano solo perché la prostituzione giovanile che trovano qui è di gran lunga superiore a qualsiasi esperienza anche in capitali del sesso proibito come Phnom Penh o Bangkok. Dopo aver evitato decine di profferte di adolescenti maschi e femmine, finalmente approda al Sevilla, e si butta sul letto. Apre il diario di viaggio per cominciare a scrivere. Ma gli vengono le lagrime agli occhi. Si fa forza di essere buffo e comincia a scrivere: “ho pisciato nel water di Hemingway...” ma non gli viene da ridere. Gli sale un'ondata di tristezza e depressione incontenibili. Quando si riprende, riapre il diario e ricomincia: “I pissed in Hemingway’s loo,” I wrote, “and I don’t feel good about it at all.”
Rapidamente rispondo alla domanda su X Factor: non l'ho seguito passo passo, mi irritavano numerose cose, ma non ho potuto evitare di sapere tutto lo stesso (era come alla radio, dovunque giri trovi Radio Maria) e certo che sì, il gruppo vincente mi è piaciuto, soprattutto nella scolastica ma piacevolissima versione di Walk on the sunny side di Lou Reed, soprattutto il dudududu du duudu, di cui ricordo una memorabile versione degli U2 live, che scendevano le gradinate di un mega concerto per la fame nel mondo... Poi per saperti rispondere ho anche cercato di sentire la vincente orwelliana e certo che è confortante che Morgan si rifaccia a Orwell. A proposito di fame nel mondo, vi siete accorti che una volta facevamo i concerti, adesso anche la FAO dà la colpa dell'aumento di pane e pasta e generi alimentari in genere a questi rompicoglioni di poveri che pretendono di mangiare di più e quindi fanno salire i prezzi incrementando la domanda? Come si permettono?
Adesso dovrei accorrere in aiuto di Raffaella, ma mi sento un po' strano nel farlo: mi rendo conto che è difficile spiegare come si fa a scrivere su un tema, quando a te viene automatico. Ma in questo caso avrei difficoltà anch'io perché per prima cosa il tema mi sembra (come al solito, succede anche agli esami di giornalismo) posto male: che cosa vuol dire l'importanza della mediazione linguistica nella scuola? Mediazione linguistica non è uno di quei sinonimi cretini d'oggidì che sta per traduzione? Sai dirmi di più? Comunque, mettiamo il caso che la vera domanda del tema fosse l'importanza della lingua straniera nella scuola, il modo più semplice per impostare un articolo o tema o saggio o tesi è sempre lo stesso, quando non si ha ancora l'automatismo: farsi una scaletta. Chiediti che cosa pensi sull'argomento, butta giù in forma schematica i punti principali del tuo pensiero, dagli un ordine logico (il famoso filo logico di cui parlo sempre). Nel caso in cui tu non abbia alcuna idea in proposito (capita spesso quando ti chiedono qualcosa di estremamente banale), vai su internet digita “l'importanza della mediazione linguistica nella scuola” e leggiti tutto quello che trovi. Poi ci ragioni su e dici fra te e te: questa mi pare bella un'idea, questa è una bella stronzata, e senza accorgertene di colpo ti renderai conto che stai facendo una critica. La metti in ordine e hai il tema, l'articolo o quello che è. Adesso continuo ragionarci sopra e se mi viene in mente un aiuto più concreto continuo questa sera. Comunque ricordati che nello scrivere cose del genere bisogna sempre avere chiaro in mente per chi lo si sta facendo. Lo fai per i lettori, lo fai per chi te lo ha chiesto, devi essere codina, puoi essere rivoluzionaria, è uno scritto che può essere spiritoso, oppure un'articolessa sussiegosa e pallosissima? Se puoi fornirmi altri dettagli mi aiuterai a pensare ad un aiuto più concreto.